venerdì 6 agosto 2010

Mare o.......


Un uomo si sentiva perennemente oppresso dalle difficoltà della vita e se ne lamentò con un famoso maestro di meditazione. "Non ce la faccio più! Questa vita mi è insopportabile".

Il maestro prese una manciata di cenere e la lasciò cadere in un bicchiere pieno di limpida acqua da bere che aveva sul tavolo, dicendo: "Queste sono le tue sofferenze". Tutta l'acqua del bicchiere s'intorbidì e s'insudiciò. Il maestro la buttò via. Poi prese un altra manciata di cenere, identica alla precedente, la fece vedere all'uomo, poi si affacciò alla finestra e la buttò nel mare. La cenere si disperse in un attimo e il mare rimase esattamente com'era prima. "Vedi?" spiegò il maestro "Ogni giorno devi decidere se essere un bicchiere d'acqua o il mare".

Fonte:http://www.meditare.net/racconti/la-scelta

Il Male del Secolo

lunedì 2 agosto 2010

Preghiera del Buon Umore


Dammi, o Signore, una buona digestione ed anche qualcosa da digerire.
Dammi la salute del corpo, col buon umore necessario per mantenerla.

Dammi, o Signore, un'anima santa, che faccia tesoro di quello che è buono e puro,
affinché non si spaventi del peccato,
ma trovi alla sua presenza la via per mettere di nuovo le cose a posto.

Dammi un'anima che non conosca la noia, i brontolamenti, i sospiri e i lamenti,
e non permettere che io mi crucci eccessivamente per quella cosa troppo invadente che si chiama: "IO".

Dammi, o Signore, il senso del ridicolo.

Concedimi la grazia di comprendere uno scherzo,
affinché conosca nella vita un po'di gioia
e possa farne parte anche ad altri.

Così sia.

(Tommaso Moro - da una pagina del "Libro d'Oro" - Parigi - 1549)

domenica 1 agosto 2010


Noi siamo gli asini

Noi siamo una testa senza giudizio
Siamo una scimmia senza cervello
Siamo la fine senza l’inizio
Siamo il becco, ma senza l’uccello
Siamo una guerra senza armistizio
Siamo la falce senza il martello
Siamo la chiave senza la porta
Siamo una bella natura morta

Noi siamo gli asini

Noi siamo i matti del manicomio


Siamo buffoni siamo pagliacci
Siamo vestiti di pezze e di stracci
Siamo pagliacci siamo buffoni
Col cazzo fuori dai pantaloni
Facciamo ridere tutta la gente
Ci abbiamo in bocca soltanto un dente
Ma se facciamo troppo casino
Ci attacchiamo subito alla corrente

Noi ci mangiamo la terra e i sassi
Nel giardino a angolo retto
Inciampiamo sui nostri passi
Quando fa buio torniamo a letto
Per fare in fretta la nostra cena
Per non avere troppi pensieri
Ce la servono in endovena
Le suore, i medici e gli infermieri

Noi siamo gli asini

Noi siamo i matti del manicomio


Per chi ha bisogno di santi e di eroi
Chi cerca un briciolo di poesia
Venga pure a guardare noi
Che sfiliamo lungo la via
Ci guarderete con interesse
Come uno squalo dentro a una vasca
L’ultimo mulo che tira il calesse
La stella cadente che adesso casca

Ci alterniamo coi nani e le zoccole
L’orso che tiene sul naso una palla
Il leone che mangia le vongole
La scimmietta sopra la spalla
Noi siamo quelli pieni di caccole
Che con il moccolo fanno la bolla
Pure se siamo poveri cristi
Facciamo coppia col bue nella stalla

Perchè siamo gli asini

Noi siamo i matti del manicomio


Però ce l'abbiamo una folle idea
Che forse forse vi sembrerà strana
Cacare sui vostri mobili Ikea
Sui vestitini di Dolce e Gabbana


Sugli onorevoli sempre corrotti
Che non finiscono mai in galera
Sulla gobba di Andreotti
Sui telequiz del sabato sera

Sulle preghiere dei bigotti
Sulla triste camicia nera
Sulle combriccole dei salotti
Sulla retorica della bandiera
Noi siamo storpi, noi siamo brutti
Siamo discarica, siamo il vizio
Noi siamo l’odio contro voi tutti
Siamo vecchi pure per l’ospizio

Noi siamo gli asini

Noi siamo i matti del manicomio


Voi perdonate se troppo sgarbata
Ci venne fuori questa canzone
Ma per trovare la rima baciata
Ci lavorò tutto il padiglione
Il padiglione che verso quell’ora
Si deve bere la camomilla
Che ce la porta la vecchia suora
Prima di chiuderci nella stalla

Noi siamo gli asini

Noi siamo i matti del manicomio

Noi siamo gli asini
Noi siamo i mani del matticomio

venerdì 23 luglio 2010

La vera psichiatria è la quotidianità


Forse non tutti voi sapete che la vita mi ha voluto regalare quattro creature, intelligenti e belle. Ma per ventura o per stoltaggine me le sono viste togliere anni fa, perché fumavo, dicono! Ora, ciò che più mi preoccupa e mi manca, come madre, è la mia terza figlia. Allontanata non so da cosa o da chi. Persa senza conoscerne il perché, non mi aiuta più. Ed era, credetemi, la cosa più bella che avevo. Ditemi, vi prego, nella Vostra saggezza, come si fa a vincere questa guerra armati solo di una spada spuntata e usando come cavalcatura il ronzino che sono ormai le mie gambe morte? Ciò non bastasse, confido a Voi che il vero manicomio non è la mia esperienza passata ma è ora la mia quotidianità. Amica di Franco Basaglia e di Giorgio Manganelli mi vedo trattata come uno straccetto, visitata da pie opere assistenziali le quali, misericordiosamente ricordando che da un anno sono senza gas, mi portano minestre che per quanto buone hanno fatto di me una virtuosa delle coliche. Sulla mia testa, in solaio, i gemelli scorrazzano, felicemente animati da fanciullesca forza, oltre che da naturale irresponsabilità. Rileggo il Fantasma di Kanterville e muoio di crepacuore, non riuscendo almeno a intimorire questi malcapitati. Sono diventata suscettibile, e nel rumore sordo dello sciacquone che gli abitanti del solaio tirano spesso di notte affonda anche la mia povera poesia. La poesia, il mio lavoro mi sfugge. L'amministratrice dello stabile ricorda di me solo «il manicomio» e in parte lo trovo quasi un «riconoscimento» perché a quell'epoca risale l'opera più bella che ho scritto: la Terrasanta. Ho chiesto anche alla Chiesa di aiutarmi ma l'estate scorsa, dopo essere stata a San Pietro e alla Chiesa della Grazie, mi è venuto un bell'infarto. Unica nota lieta di quel periodo il ricordo del Presidente Ciampi quando in Campidoglio mi è venuto incontro con grande affetto, subito dopo che mi era stata fatta la protesi. Capite perché allora, una notte forse uguale alle altre o forse più cupa delle altre mi hanno sentito gridare: «Stasera mi ammazzo!». L'unica soluzione, la più semplice: mi hanno portato in psichiatria. Credete sul serio che l'avrei fatto? La preoccupazione, credo anche giustamente, non era per l'Alda Merini ma per lo stabile che vorrei veniste a vedere: ci sono crepe ovunque e non credo di essere profeta di sventura se dico che certamente non moriremo di gas ma, prima o poi, travolti da un crollo. Forse non faranno in tempo a porvi la targa «qui visse e operò la poetessa Alda Merini» ma quella con scritto «qui visse e perì». Vi ringrazio e vi prego: aiutatemi a riavere mia figlia, non vorrei saltasse fuori un altro Rigoletto che, accecato dall'ira, invece del padrone uccide la figlia prediletta.
Alda Merini
(dal Corriere della Sera del 30 maggio 2008) 1 novembre 2009

Disabili a chi?

Come ad alcuni già accennato, ho cambiato lavoro...sono "diventato" un operatore socio-sanitario in ambito disabilità. Forse la denominazione più azzeccata è Operatore in relazione d'aiuto...comunque sia volevo proporvi una fotografia di cosa si impara facendo questo lavoro....sorridere e far sorridere.

giovedì 22 luglio 2010

Riposo

La condizione essenziale per lavorare bene è riposare....a presto!